Behavioural targeting: cerchi una caffettiera sul web, ne trovi 500, per settimane

Cercavate una nuova caffettiera in internet e siete stati rincorsi da pubblicità di moke e cialde per cappuccini per le successive settimane in tutti i siti che visitavate? Siete stati oggetto di azioni di behavioural targeting, ovvero pubblicità comportamentale. Vi sentite spiati? Non siete paranoici, i siti in effetti raccolgono le informazioni sulle vostre ricerche e sui vostri comportamenti, per esempio i tempi di permanenza su una pagina, quante volte cliccate, cosa cliccate e quanto spesso tornate sulla stessa pagina. Tutti dati che diventano statistiche preziose per i pubblicitari, con buona pace del vostro desiderio di privacy. Un consiglio, regolate i cookie quando accedete ai siti, potete così scegliere di non essere “schedati”. Si perdono alcune funzionalità utili come ad esempio la memorizzazione automatica della password, ma si guadagna in ..senso di libertà. Al di là del fastidio che ciò può generare, la possibilità di creare contenuti e messaggi ad hoc per ogni singolo utente è il vero grande potere del web. Pensate alle implicazioni di ciò dal punto di vista degli affari. Anche in Italia, passata da un bel po’ la fase del “voglio un bel sito”, ora si è coscienti di quale potente strumento di marketing sia internet, se usato in maniera intelligente. E qui sta il problema, perché l’intelligenza, in questo contesto, non è quella umana, ma quella di una macchina, anche se in realtà, i più recenti protocolli di google, con l’analisi semantica dei contenuti, tendono ad avvicinarsi ai ragionamenti umani. Oggi google risponde coerentemente a domande del tipo “Ok google, quanti cucchiaini di zucchero devo mettere nel plumcake per cinque persone?” . Questa assieme ad altre capacità, lo hanno di fatto trasformato da un search engine ad un trust engine: non più solo un motore di ricerca, ma oggi un motore di ricerca che gode della fiducia degli utenti, perché ritenuto capace di analizzare i contenuti e proporre quelli più autorevoli, corretti e coerenti con ciò che cerchiamo. Se ci pensate, un potere spaventoso. Ma come bisogna fare per essere “amici” di google? Le attività SEO che sta per Search Engine Optimization e per dirla in due parole, fare in modo che il nostro sito sia trovabile dai motori di ricerca, non sono una scienza esatta ma assolutamente in divenire tanto che lasciano nella polvere anche le più autorevoli società che hanno nel SEO la loro attività principale. Si sa che google valuta la coerenza dei contenuti, la storicità, i tentativi di “inganno” in fase di programmazione, l’uso di parole chiave in modo manipolatorio, la vicinanza o meno a siti istituzionali con alto grado di affidabilità. E molti altri aspetti che di fatto dalla Silicon Valley non amano farci sapere. Per essere aggiornati sulle novità sul campo, forse più che ad esperti SEO, PR o comunicatori, sarebbe opportuno domandare direttamente alla CIA o meglio, all’MI6, visto che parlo dalla terra della perfida Albione. Beh, comunque non rispondono, ci ho già provato. E l’unica soluzione rimane affidarsi a bravi professionisti.